Quando si parla dell’efficienza produttiva della Germania, del modello tedesco da prendere a esempio per la riforma del lavoro e dell’articolo 18, bisognerebbe prima fare un salto nella zona industriale di Bari. Per capire anche come fa un’azienda tedesca a impossessarsi del know how italiano e portarlo oltre confine senza fare troppo rumore.
PRODUZIONE AD AMBURGO. È successo alla Om carrelli elevatori di Modugno, ex azienda Fiat, ora del gruppo Kion che il 5 luglio 2011, dopo 19 anni di permanenza in Italia, ha annunciato il blocco definitivo della produzione nello stabilimento barese entro marzo 2012. «Qui si chiude, la produzione si sposta ad Amburgo», ha fatto sapere Ettore Zoboli, responsabile vendite e servizi di Om Italia.
Un fulmine a ciel sereno per i 320 lavoratori (oggi 282) più circa un centinaio dell’indotto, che pur consapevoli della crisi economica e del conseguente calo delle vendite non avrebbero mai pensato a una chiusura definitiva «anche perché i nostri carrelli sono i migliori sul mercato e sono ancora i più richiesti», dicono.
DALLA FIAT AI TEDESCHI. Una capacità manifatturiera che alla Om carrelli hanno acquisito sin dal 1969 quando la Cassa per il Mezzogiorno promosse una serie di interventi attraverso il piano A.S.I (piano di Consorzio per la creazione di aree di sviluppo industriale), e a Bari arrivò la fabbrica Fiat-Iveco, che subito si contraddistinse per la progettazione di carrelli con alimentazione elettronica.
IN MANO A DUE BANCHE FINANZIARIE. Nel 1993, il business passò nelle mani della Linde Agv alla quale Fiat-Iveco per “ragioni strategiche” cedette il 50% delle azioni e poi nel 1994 l’intero pacchetto azionario. Così l’azienda italiana divenne tedesca: la Linde è infatti società di diritto tedesco controllata al 100% da Kion group, che a sua volta fa capo al fondo di investimento, Kohlberg Kravis Roberts & Co Lp (Kkr), e a Goldman Sachs Group.
L’operaio: «Siamo stati trasformati in uno stabilimento giravite»
Operai della Om carrelli elevatori di Modugno (Bari), da sinistra: Giuseppe Valerio, Fabiano Mastrandrea e Francesco Carbonaro.
Un passaggio di proprietà che negli anni comportò un trasferimento continuo di mano d’opera che veniva importata dalla Cina e dalla Germania fino a raggiungere nel 2004 una riduzione di circa un centinaio di lavoratori. «Quando entrai in azienda nel 1989 eravamo 870 operai», ricorda Giuseppe Valerio, uno degli operai più anziani. «Facevamo anche 700 carrelli al mese, poi hanno smesso di investire e hanno sacrificato tutte le professionalità», ricorda.
OUTSOURCING E ASSEMBLAGGIO.Una politica di outsourcing che negli anni ha trasformato la Om carrelli, «in uno stabilimento giravite», denuncia l’operaio Fabiano Mastrandrea, perché «arrivavano sempre più parti già assemblate da vari fornitori».
Nel 1998 la Linde accettò infatti l’importazione della componentistica del diretto concorrente giapponese Komatsu per l’assemblaggio di circa 1.800 unità di carrelli annuali che sarebbero stati venduti nel mercato europeo.
JOINT VENTURE TRA STILL E OM. Una collaborazione che finì però nel 2008, quando il gruppo Linde si divise: la parte dei carrelli elevatori passò interamente alla Kion che, a sua volta, decise di dar vita a una joint venture fra due aziende del gruppo, Still e Om carrelli.
«Dicevano che insieme saremo stati più forti sul mercato, invece dopo appena cinque mesi capimmo che il vero intento era fagocitare Om, a vantaggio di Still», denunciano oggi gli operai.
GLI STABILIMENTI EUROPEI CHIUDONO. I primi timori che quella fosse in realtà «solo una decisione finanziaria», racconta un operaio, Francesco Carbonaro, iniziarono quando nel 2010 il gruppo Kion chiuse lo stabilimento inglese di Basingstoke, «alcuni di noi pensarono che così avremo avuto più lavoro, che dietro c’era una logica di razionalizzazione, e che essendo Bari lo stabilimento più grande non sarebbe stato toccato».
RUBATA TECNOLOGIA E RETE COMMERCIALE. Ma poi quando arrivò anche la notizia della chiusura dello stabilimento di Montataire in Francia, le illusioni svanirono. «Ci dissero che l’obiettivo della nostra fusione con Still era quello di creare un’unica rete commerciale e diventare più forti a livello europeo», spiegano gli operai, «Still invece ha iniziato a fare gli stessi carrelli della Om di Bari, a usare la nostra tecnologia e in cambio anziché inserirci nella loro rete di vendita europea ci ha rubato la nostra».
Le condizioni della Kion: a Bari mai più carrelli elevatori
Nel 1994 la Fiat-Iveco cedette l’intero pacchetto azionario della Om Carrelli elevatori all’azienda tedesca Linde Agv del gruppo Kion.
Si sentono presi in giro i lavoratori di Om, «con l’operazione Still hanno semplicemente soppresso un marchio concorrente e ci hanno lasciato senza lavoro».
Ora Kion group lascia Bari e promette di cedere senza costi la sede di Om, dare una buonuscita extra di circa 6 mila euro ai lavoratori e a chi vorrà avviare un’altra produzione garantisce il 25% dell’investimento per la ristrutturazione dell’impianto. Condizioni “generose” che saranno però garantite solo a un patto: che a Bari non saranno mai più costruiti carrelli elevatori.
L’IDEA DI RILEVARE LO STABILIMENTO. Una condizione che gli operai, dopo aver protestato bloccando l’azienda per tre mesi, hanno accettato a malincuore. «Negli Anni 70 almeno c’era un’economia concentrata sul lavoro, c’era un interesse sul prodotto, non solo sul profitto», osserva Carbonaro, «oggi invece siamo nelle mani dei barbari della finanza», dice l’operaio riferendosi al fatto che Kion fa capo a due banche finanziarie.
Alcuni di loro avrebbero voluto rilevare lo stabilimento e continuare una produzione nella quale sanno di essere i migliori. Ma Kion non vuole concorrenti. E così quando a settembre 2011 il gruppo tedesco ha partecipato a un incontro al ministero dello Sviluppo economico sulle sorti dell’azienda barese ha imposto alla società di scouting Sofit di cercare per l’ormai ex Om imprenditori che avessero altri interessi industriali.
I TAXI IBRIDI DI SALTALAMACCHIA. L’unico a farsi avanti è stato Marco Saltalamacchia, ex amministratore delegato di Bmw Italia e ideatore del progetto Hybrid, che a Bari vorrebbe produrre taxi ecologici ibridi (con motore a scoppio ed elettrici). Un’idea che salverebbe i 282 lavoratori e darebbe una speranza all’industria barese.
MANCA UN PROGETTO INDUSTRIALE. Ma per il progetto di riconversione serve un investimento di 45 milioni di euro. E per ora i tre nuovi soci industriali che Saltalamacchia dice di avere trovato dopo il dietrofront di alcuni, avrebbero manifestato la disponibilità a partecipare alla cordata solo attraverso lettere di intenti.
Insomma, manca ancora un progetto finanziario e industriale che il ministero dello Sviluppo dovrà ricevere entro il 30 aprile e che la società Hybrid dovrà poi presentare anche alla Regione per ottenere un sostegno finanziario.
L’UNICA SPERANZA: EMIGRARE. Intanto, i lavoratori della Om carrelli sono in cassa integrazione fino a maggio. Alcuni hanno provato a cercare un altro lavoro, «ma l’unica speranza è emigrare», dice Mastrandrea. Come ha fatto un ex dipendente della Om carrelli, Michele Losurdo, 35 anni, che ha accettato un’offerta di lavoro a Bolzano e che ha deciso di lasciare un’altra volta la sua terra per trovare un’occupazione.
I RESTI DELLA CASSA DEL MEZZOGIORNO. «In questo territorio», commenta con amarezza il segretario provinciale della Fiom di Bari, Saverio Gramegna, «riamane solo quello che fu fatto dalla tanto bistrattata Cassa del Mezzogiorno. Oggi manca una vera politica industriale che affronti queste situazioni di crisi e che non lasci i lavoratori abbandonati a se stessi».
PROMESSE NON MANTENUTE. Agli operai non sono bastate infatti un paio di comparse del sindaco di Bari, Michele Emiliano, davanti ai cancelli dello stabilimento, né le promesse della Regione di ricollocare tutti gli operai. «Di promesse non mantenute ne abbiamo sentite fin troppe», dicono i lavoratori, «come quelle della Kion che ci diceva che con la fusione con Still ci sarebbero stati nuovi margini di sviluppo». Invece lo stabilimento è chiuso, il lavoro non c’è e la cassa integrazione finisce a maggio.
Mentre ad Amburgo l’eccellenza del made in Italy è diventata il nuovo orgoglio tedesco.
Giovedì, 12 Aprile 2012
Fonte: http://www.lettera43.it/economia/aziende/om-carrelli-la-beffa-tedesca_4367546750.htm